Se ti dico “basta un poco di zucchero…” tu completi con “.. che la pillola va giù!” E’ naturale: è dal ’64 che ci martellano con questo ritornello. Ha fatto parte di tutti i momenti amari della nostra vita in cui stavamo male e dovevamo trangugiare qualche schifezza chimica che ci avrebbe fatto stare meglio. Perché la mamma o qualche altro illuminato parente, quando doveva curarci con una pillolina ce la cantava. Per fortuna la mia è intonata.
In questo periodo sto passando un momento amaro. Ovviamente la mamma non me la canta più perché, si può dire, son grandicella e le medicine le devo prendere da sola, ma io me la ricordo… e mi tampina la testa. Mi gironzola attorno da giorni il malefico motivetto, non faccio altro che cantarlo tra me e me, accompagnandolo, nel contempo, con una smorfia interrogativa. Il risultato è che la gente vede la mia faccia da quesito e non capisce. Ma questa è un’altra storia.
Mi interrogo perché sono approdata a questa questa profondissima
riflessione “Ma con un poco di zucchero, a pensarci bene, la pillola non va proprio giù! Anzi, come si dice a Bologna “impaluga”(*)”. Credo non esista termine più efficace per descrivere l’effetto dell’accoppiata pillola+zucchero.
Mi chiedo, ovviamente sempre canticchiando, che cosa pensavano secondo voi Richard Morton Sherman e suo fratello Robert Bernard Sherman quando l’hanno scritta? Lo sapevate che l’hanno scritta loro? Io no, manco sapevo chi erano prima di googlare e di trovare i loro nomi. Ma mi chiedo, soprattutto, se il testo della canzone originale fosse veramente questo, o se noi italiani, come solitamente facciamo, l’ abbiamo divulgato in una traduzione orribile? Allora sono andata a vedere:
Ebbene la traduzione è fedele! E pensare che, grazie anche a questa canzone, i due fratelli nel 1965 hanno vinto l’Oscar per migliore colonna sonora! Oh Signùr! Ora, io dico, come si fa a pensare che basti un poco di zucchero? Per curarsi, amarsi, volersi bene, occorre essere sereni, credere nella medicina che si sta assumendo, sentirsi fermamente decisi a GUARIRE.
Ecco, la verità sapete qual’è? Che non è lo zucchero che fa scendere la pillola.. è la canzone! E’ l’allegria! La gioia contenuta nella coinvolgente voce di Julie Andrews, e per noi italiani, la gioia che trapela dalla soprana voce della grande Tina Centi.
Allora, per provare a curare il mio malessere, ho rivisto nuovamente il video di quel pezzo di film, e mi sono commossa, ma soprattutto mi sono chiesta: qualcuno ha mai avuto una tata così? Ah io la conosco una tata così! Non vola ma tutto il resto lo fa, ve lo garantisco! Solo che essendo una mia cara amica non posso di certo chiederle di venire a cantarmi la canzoncina!
Ecco vorrei una tata in questo momento, perché anche noi adulti, forse, per guarire abbiamo bisogno, ogni tanto, di una tata. Una tata che non è un’amica, che non è una psicologa, che non è una nonna, o una mamma, nemmeno una sorella, ma è tutte queste cose assieme. Una tata ora mi farebbe giocare, mi farebbe sentire partecipe di un gioco allegro facendomi dimenticare che ho una sofferenza in corso.
Allora sta tutto qui? Dimenticare, distrarsi fino a non ricordarsi più il problema? Però uno non riesce da solo ad auto-distrarsi, accidenti!
Devo escogitare qualcosa.
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(*) Impalugare: Allappare, invischiare. Il giovane bolognese che estrarrà dal suo zainetto il mitico “tortino porretta” o il non meno temibile “buondì classico” (privo dell’effetto lubrificante della marmellata o della copertura di cioccolato) per la merenda si troverà irrimediabilmente impalugato e quindi bisognoso di ettolitri di liquido amalgamante. (fonte www.giovannigiorgi.it)
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