Oggi sono tornata nel luogo in cui ho abitato da quando avevo, non so, forse quattro*1, fino ai ventiquattro anni, dove il tutto è cambiato e il tutto s’è modernamente trasformato. Migliorato dicono. Migliorato è vero.
Io, prigioniera dei miei inutili e dolorosi ricordi d’infanzia, ho scavato nelle viscere del palazzo con il mio corpo, andando a rintracciare tutti gli angoli nascosti agli altri, ma a me ben noti, poichè, da piccola, ci passavo le intere giornate (essendo in centro non avevamo altro posto dove giocare).
Così, scavando scavando, ho finalmente raggiunto il palazzo d’allora.
Mi sono di colpo ritrovata nei lunghi corridoi, dove io Fiamma e Gianfry cantavamo a squarciagola “Il gatto e la Volpe”, interpretando le parti con fanciullesca convinzione, rincorrendoci all’impazzata sul linoleum rosso, su e giù per le scale condominiali dove più volte i “grandi” ci hanno scoperti e sgridati a più non posso perchè “non si può giocare qui!”. E fuori, noi, allora, arrabbiatissimi, con le varie offese alla portinaia rompiballe.
Le stesse scale che mi hanno sentito imparare a strimpellare la chitarra e come si cantava bene lì nel vano… che tutto era amplificato!
Gli ascensori, ben due, modernissimi già allora e adesso spaziali, ancora non portano al settimo piano, quello segreto… quello dove abitavano i “signori”. Amici miei e di tutti, ma fino a che si può.
E la grande terrazza al sole che sovrasta tutto il palazzo, dove io e Annalisa per la prima volta vedemmo… beh questo, mi spiace, ma è ancora un divertentissimo segreto tra me e lei.
Ricordo ancora quante litigate con “l’Elvira”, la portinaia appunto, donna bellissima, ma della stessa eleganza di uno scaricatore di porto, del quale aveva però anche la forza e la cocciuta determinazione; un personaggio unico, come tutti i portinai del resto, e come tutti i portinai litigava con tutti. Surreale, al pensarci ora molto divertente.
Bambini, ragazzini, adulti che vorticosamente giravano attorno a me, alla mia piccola vita.
Quella vita che, come tutti del palazzo, e gli altri nel mondo, non ho mai chiesto. Quell’adolescenza che porta ferite enormi, ancora sanguinolente e marce, puzzolenti come quei corridoi, come il nostro bagno che non aveva finestre, visto che non era un’abitazione vera e propria la nostra, ma un ufficio adibito ad abitazione. Abitavo nel centro di Bologna, nella Bologna dei ricchi, ed ero più povera di una pilastrina*2.
Sempre inadeguata, dovunque mi trovassi, in quel palazzo così come nella mia vita.
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Il poeta.
Ci sono al mondo i superflui, gli aggiunti,
non registrati nell’ambito della visuale.
(Che non figurano nei vostri manuali,
per cui una fossa da scarico è la casa).
Ci sono al mondo i vuoti, i presi a spintoni,
quelli che restano muti: letame,
chiodo per il vostro orlo di seta!
Ne ha ribrezzo il fango sotto le ruote!
Ci sono al mondo gli apparenti – invisibili,
(il segno: màcula da lebbrosario)!
ci sono al mondo i Giobbe, che Giobbe
invidierebbe se non fosse che:
noi siamo i poeti – e rimiamo con i paria,
ma, straripando dalle rive,
noi contestiamo Dio alle Dee
e la vergine agli Dei!
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*1 – la scrittrice non conosce la data in cui fu portata realmente in quel palazzo, che coinciderebbe con la data in cui è stata presentata al “mondo”. Non la conosce poichè quando nacque, in condizioni assolutamente sconosciute anche queste – quindi nemmeno il giorno preciso lo conosce con sicurezza – non fu subito riconosciuta dalla madre, ma solo dal padre, il quale probabilmente la tenne nascosta per i primi tre o quattro anni di vita nel paese del meridione dove lui era nato, portandola a Bologna solamente verso i tre o i quattro anni, anche se, per l’anagrafe ella è nata e vissuta a Bologna da sempre. Questi e molti altri sono i misteri della sua vita, ma non è colpa di nessuno, è andata così.
*2 – abitante del quartiere Pilastro, uno dei più poveri della città


