Camminare a piedi nudi fa parte della mia volontà di essere persona. Essi, liberi, mi accompagnano all’interno di me stessa.
Una volta, in Saragozza, m’illustrasti perché eravamo fatti l’uno per l’altra. E me lo dicesti spostando in modo lento la mano, orizzontalmente, da sinistra a destra. Il palmo verso il basso. Così. Per spiegarmi “la base“.
Eravamo seduti in un bar con lunghi tavoli di legno e pareti calde. Precisamente nel retro del bar.
La nostra vita assieme è stata tutta nei retro dei bar. Purtroppo non hai saputo offrirmi altro.
Fu quel tuo gesto determinato e persuasivo che mi fece incredibilmente pensare a te come “l’uomo della mia vita”.
Pensai che già ti amavo. Tanto e forte, e che, forse, avrei potuto anche dirtelo.
E tu continuasti a parlare lungamente, senza fermarti, parole, su parole, su parole.
Mi spiegasti che il nostro mero frequentarsi, così assiduo, ma senza spingersi oltre al vedersi, le nostre sempiterne conversazioni, “solo per comprenderci meglio”, facevano parte di un grande progetto da te concepito, ora in piena realizzazione, allo scopo di gettare le basi di quello che sarebbe stato il nostro grande amore.
Ero rapita.
Oggi, a distanza di anni, ripenso a quella mano che, lenta, pianificava, lisciandolo, il nostro “amore sicuro” e non posso fare a meno di confrontarla ai tuoi odierni comportamenti, che fugano terra e sicurezze sotto i miei importantissimi piedi. Così li sento affondare nel nulla, come se li stessi posando su di un enorme, morbido e inconsistente kanagashi.
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APPENDICI
—— su i piedi ——
Mone ha detto di me: “È una donna capace di una naturale, selvaggia eleganza che ti rapisce. In particolare quando è a piedi nudi. In casa poi, quasi sempre, per così dire “liberata dai tessuti”, fluttua da una stanza all’altra, da un robot da cucina ad un libro, dal computer al balcone fiorito, con romantica naturalezza, rivelando tutto il suo cuore”.
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Favola Zen: “C’era una volta un millepiedi viveva felice un giorno incontrò la rana e la rana gli chiese:-Come fai a mettere i piedi uno davanti all’altro senza inciampare?- Il millepiedi ci pensò e da quel momento non fu più in grado di camminare”
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—— su l’amore ——
Allora, una volta divisa in due la natura primitiva, ciascuna metà, bramando
la metà perduta che era sua, la raggiungeva; e avvincendosi con le braccia e
intrecciandosi l’una con l’altra, per il desiderio di fondersi assieme,
perivano di fame e, anche per il resto, di inazione, perché non volevano fare
nulla l’una separata dall’altra. E ogni volta che una delle metà moriva,
mentre l’altra rimaneva in vita, la superstite cercava un’altra metà e si
intrecciava con essa, sia che si imbattesse nella metà di una donna tutta
intera – la metà appunto che ora chiamiamo donna – sia che si imbattesse in
quella di un uomo. E così perivano. Ma Zeus, mosso da pietà, appresta un altro
artificio, e sposta sul davanti i loro genitali – sino allora, infatti,
avevano anche questi sul lato esterno, e generavano e partorivano, non già gli
uni verso gli altri, ma sulla terra, come le cicale –, spostò dunque a questo
modo i loro genitali sul davanti, e mediante questi stabilì la generazione tra
di loro, attraverso il maschio nella femmina, con lo scopo che,
nell’abbraccio, se un uomo si imbatteva in una donna, generassero e si
producesse la stirpe, e al tempo stesso, se un maschio si imbatteva invece in
un maschio, sorgesse almeno la sazietà di quella congiunzione, e facessero
pausa, e si volgessero all’agire, e si curassero del resto della vita.
(Aristofane)


